Mindfulness

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in maniera non giudicante allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento (Kabat-Zinn, 2023). Tale abilità consente alla persona di “ripercepire” la propria esperienza, come se potesse fare un passo indietro rispetto alla trama delle proprie narrative personali e assumere la posizione di semplice testimone di ciò che accade (Shapiro et al., 2006). Essere testimoni della propria esperienza non implica uno stato di indifferenza o di apatia, al contrario, rappresenta una modalità di rapporto con sé caratterizzata da apertura, accettazione e saggezza, attraverso la quale è possibile accogliere la complessità del proprio vissuto senza sviluppare avversione nei confronti delle esperienze spiacevoli e senza il timore di perdere quelle piacevoli. In questa prospettiva, la mindfulness permette di modificare progressivamente il rapporto con i propri pensieri, emozioni e sensazioni, riducendo la tendenza a identificarsi con essi e a considerarli come rappresentazioni definitive di sé e della realtà. Il principale dono della mindfulness, infatti, consiste nella graduale riduzione dell'eccessiva pre-occupazione che abbiamo verso l'Io. Tale preoccupazione può manifestarsi attraverso l'incessante pensare a noi stessi nei termini di ciò che ci piace o non ci piace e di ciò che desideriamo, perchè ora, nel presente, siamo dolorosamente insoddisfatti.  Quando questa modalità di funzionamento diventa rigida e pervasiva, può contribuire a originare e mantenere la sofferenza psico-logica, alimentando cicli di ruminazione, giudizio e insoddisfazione. In questo senso, il progressivo decentramento dal proprio Io, sebbene possa inizialmente risultare destabilizzante e contrasti con una cultura che attribuisce grande importanza all’identi-tà personale, permette di riconoscere che la propria esperienza è più ampia delle narrative e delle convinzioni attraverso cui abitualmente ci si definisce. La mindfulness favorisce così una maggiore libertà nei confronti dei pensieri e delle convinzioni negative o rigide su di sé, creando lo spazio necessario per orientare il proprio com-portamento verso ciò che è realmente importante e per vivere il momento pre-sente con maggiore apertura e consa-pevolezza.

Mindfulness

La mindfulness può essere definita come la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in maniera non giudicante allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento (Kabat-Zinn, 2023). Tale abilità consente alla persona di “ripercepire” la propria esperienza, come se potesse fare un passo indietro rispetto alla trama delle proprie narrative personali e assumere la posizione di semplice testimone di ciò che accade (Shapiro et al., 2006). Essere testimoni della propria esperienza non implica uno stato di indifferenza o di apatia, al contrario, rappresenta una modalità di rapporto con sé caratterizzata da apertura, accettazione e saggezza, attraverso la quale è possibile accogliere la complessità del proprio vissuto senza sviluppare avversione nei confronti delle esperienze spiacevoli e senza il timore di perdere quelle piacevoli. In questa prospettiva, la mindfulness permette di modificare progressivamente il rapporto con i propri pensieri, emozioni e sensazioni, riducendo la tendenza a identificarsi con essi e a considerarli come rappresentazioni definitive di sé e della realtà. Il principale dono della mindfulness, infatti, consiste nella graduale riduzione dell'eccessiva preoccupazione che abbiamo verso l'Io. Tale preoccupazione può manifestarsi attraverso l'incessante pensare a noi stessi nei termini di ciò che ci piace o non ci piace e di ciò che desideriamo, perchè ora, nel presente, siamo dolorosamente insoddisfatti.  Quando questa modalità di funzionamento diventa rigida e pervasiva, può contribuire a originare e mantenere la sofferenza psicologica, alimentando cicli di ruminazione, giudizio e insoddisfazione. In questo senso, il progressivo decentramento dal proprio Io, sebbene possa inizialmente risultare destabilizzante e contrasti con una cultura che attribuisce grande importanza all’identità personale, permette di riconoscere che la propria esperienza è più ampia delle narrative e delle convinzioni attraverso cui abitualmente ci si definisce. La mindfulness favorisce così una maggiore libertà nei confronti dei pensieri e delle convinzioni negative o rigide su di sé, creando lo spazio necessario per orientare il proprio comportamento verso ciò che è realmente importante e per vivere il momento presente con maggiore apertura e consapevolezza.

Self Compassion

La compassione è un concetto presente da secoli nelle tradizioni contemplative, ma negli ultimi decenni è stata oggetto di una crescente sistematizzazione e di studi scientifici approfonditi, in particolare grazie al lavoro della psicologa Kristin Neff. La self-compassion nasce così dall’incontro tra pratiche contemplative, psicologia clinica e ricerca scientifica. Lo psicologo Paul Gilbert definisce la compassione come la sensibilità verso la propria e l’altrui sofferenza, accom-pagnata dal profondo desiderio di pre-venirla, alleviarla o prendersene cura. La self-compassion consiste, quindi, nel ri-volgere questa disposizione verso sé stessi, offrendo a sé la stessa cura, comprensione e gentilezza che offriremmo alle persone che amiamo. La self compassion non è, tuttavia, soltanto un concetto da com-prendere sul piano teorico, ma un’espe-rienza concreta che ci permette di entrare in contatto con la nostra sofferenza e, persino, di lasciarcene commuovere. Il costrutto della self-compassion comprende tre componenti fondamentali:

Mindfulness – significa riconoscere che, in questo momento, dentro di noi è presente della sofferenza, senza cercare né di evitarla né di ingigantirla. Spesso, infatti, proprio a causa del nostro desiderio di non soffrire, non ci accorgiamo di ciò che proviamo, e distogliamo l’attenzione dal nostro mondo interiore. La sofferenza, però, ha bisogno di essere vista e accolta. Possiamo imma-ginarla come un bambino che piange: se viene ignorato, difficilmente smetterà di piangere; al contrario, potrebbe aumentare la propria intensità nel tentativo di richiamare la nostra attenzione. Allo stesso modo, riconoscere la sofferenza significa permetterci di ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi, senza giudicarlo e senza lasciarci travolgere da esso.

Gentilezza verso sé stessi – significa imparare a rispondere alla propria sof-ferenza con calore, comprensione, sostegno e incoraggiamento, anziché con critica, giu-dizio o durezza. Significa imparare a essere dalla propria parte anche quando si sbaglia, quando non si raggiungono i propri obiettivi o quando ci si trova in difficoltà. Essere compassionevoli verso sé stessi non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi, ma riconoscere che siamo esseri umani, fatti di carne e vulnerabilità, e che proprio perché siamo umani possiamo sbagliare, soffrire e avere bisogno di cura.

Umanità condivisa – significa riconoscere che la sofferenza, la fragilità, la paura e l’errore fanno parte dell’esperienza umana. Non rappresentano un difetto personale né qualcosa che ci rende diversi dagli altri. Siamo tutti esposti alla possibilità di soffrire e, in questo senso, siamo tutti sulla stessa barca: fragili, imperfetti e spaventati. Ricor-darlo ci permette di comprendere che non siamo soli nella nostra esperienza e che ciò che stiamo vivendo, per quanto doloroso, appartiene alla comune condizione umana.

Self Compassion

La compassione è un concetto presente da secoli nelle tradizioni contemplative, ma negli ultimi decenni è stata oggetto di una crescente sistematizzazione e di studi scientifici approfonditi, in particolare grazie al lavoro della psicologa Kristin Neff. La self-compassion nasce così dall’incontro tra pratiche contemplative, psicologia clinica e ricerca scientifica. Lo psicologo Paul Gilbert definisce la compassione come la sensibilità verso la propria e l’altrui sofferenza, accompagnata dal profondo desiderio di prevenirla, alleviarla o prendersene cura. La self compassion consiste, quindi, nel rivolgere questa disposizione verso sé stessi, offrendo a sé la stessa cura, comprensione e gentilezza che offriremmo alle persone che amiamo. La self compassion non è, tuttavia, soltanto un concetto da comprendere sul piano teorico, ma un’espe-rienza concreta che ci permette di entrare in contatto con la nostra sofferenza e, persino, di lasciarcene commuovere. Il costrutto della self compassion comprende tre componenti fondamentali:

Mindfulness – significa riconoscere che, in questo momento, dentro di noi è presente della sofferenza, senza cercare né di evitarla né di ingigantirla. Spesso, infatti, proprio a causa del nostro desiderio di non soffrire, non ci accorgiamo di ciò che proviamo, e distogliamo l’attenzione dal nostro mondo interiore. La sofferenza, però, ha bisogno di essere vista e accolta. Possiamo immaginarla come un bambino che piange: se viene ignorato, difficilmente smetterà di piangere; al contrario, potrebbe aumentare la propria intensità nel tentativo di richiamare la nostra attenzione. Allo stesso modo, riconoscere la sofferenza significa permetterci di ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi, senza giudicarlo e senza lasciarci travolgere da esso.

Gentilezza verso sé stessi – significa imparare a rispondere alla propria sofferenza con calore, comprensione, sostegno e incoraggiamento, anziché con critica, giudizio o durezza. Significa imparare a essere dalla propria parte anche quando si sbaglia, quando non si raggiungono i propri obiettivi o quando ci si trova in difficoltà. Essere compassionevoli verso sé stessi non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi, ma riconoscere che siamo esseri umani, fatti di carne e vulnerabilità, e che proprio perché siamo umani possiamo sbagliare, soffrire e avere bisogno di cura.

Umanità condivisa – significa riconoscere che la sofferenza, la fragilità, la paura e l’errore fanno parte dell’esperienza umana. Non rappresentano un difetto personale né qualcosa che ci rende diversi dagli altri. Siamo tutti esposti alla possibilità di soffrire e, in questo senso, siamo tutti sulla stessa barca: fragili, imperfetti e spaventati. Ricordarlo ci permette di comprendere che non siamo soli nella nostra esperienza e che ciò che stiamo vivendo, per quanto doloroso, appartiene alla comune condizione umana.